Aperitivo, nemico della nostra linea

L’aperitivo è un rito sociale che coinvolge persone di ogni età. Dall’happy hour milanese allo spritz veneto, la moda dell’aperitivo è diventata, negli ultimi anni, un appuntamento irrinunciabile, che attualizza un’abitudine diffusa presso gli antichi. Già Ippocrate, il celebre medico greco, aveva scoperto che l’appetito dei suoi pazienti poteva essere stimolato grazie a una bevanda a base di vino bianco, mentre i romani facevano precedere i pasti da una bevanda chiamata mulsum e composta da miele e vino.
L’aperitivo moderno nasce invece a Torino nel 1876. Proprio nella città piemontese, infatti, Antonio Benedetto Carpano creò il Vermouth, bevanda che ebbe immediato successo, giungendo a deliziare anche il palato dell’allora Re d’Italia, Vittorio Emanuele II.
La parola “aperitivo” deriva dal latino aperire, ossia “aprire”, “iniziare”, e si riferisce, appunto, a una bevanda che, consumata prima dei pasti, contribuisce a stimolare l’appetito.



Un team di studiosi dell’Indiana University, negli Stati Uniti, ha voluto scoprire in che modo l’ingestione di una bevanda alcolica prima dei pasti potesse determinare la tendenza a mangiare di più. Per poter analizzare gli effetti dell’alcol sull’appetibilità del cibo, i ricercatori statunitensi hanno reclutato 35 donne in buona salute, sottoponendole a dei test.
In una prima fase dell’esperimento, alle partecipanti è stata somministrata, tramite iniezione endovenosa, una soluzione alcolica concentrata al 6%; in una seconda fase, è stata iniettata loro una soluzione placebo. La scelta dell’iniezione si deve all’intento dei ricercatori di evitare che l’alcol venisse assorbito dall’intestino, così da poter esaminare le reazioni del cervello agli stimoli olfattivi forniti dal cibo.

Successivamente, mentre la risonanza magnetica consentiva di monitorare l’attività cerebrale delle donne, venivano diffusi nell’ambiente aromi di vari alimenti, insieme a odori relativi a sostanze non commestibili.
La risonanza magnetica ha messo in evidenza come l’ipotalamo (regione cerebrale che controlla appetito e metabolismo) facesse rilevare un livello di attività maggiore in risposta agli stimoli provenienti dagli aromi di cibo quando nelle donne era stata iniettata la soluzione alcolica rispetto a quando era stata iniettata la sostanza placebo. Viceversa, l’effetto degli odori di sostanze non commestibili non risultava stimolare differenti risposte dell’ipotalamo nelle due diverse fasi (ossia iniezione di soluzione alcolica e poi di sostanza placebo).

Terminata la risonanza magnetica, le partecipanti all’esperimento hanno potuto pranzare liberamente. Due terzi delle donne hanno mangiato in modo significativamente maggiore quando hanno ricevuto l’iniezione di soluzione alcolica, mentre un terzo dei soggetti ha mostrato minor appetito, consumando minori quantità di cibo. Evenienza, quest’ultima, che spinge i ricercatori a un supplemento di indagini per comprendere le ragioni di questi effetti anomali su alcuni soggetti.


“Il cervello, anche in assenza di stimoli a livello intestinale”, spiega il dottor William J. A. Eiler II, principale autore dello studio, “può svolgere un ruolo fondamentale nel regolare l’assunzione di cibo. Il nostro studio ha evidenziato che l’esposizione all’alcol può sia aumentare la sensibilità del cervello a stimoli alimentari esterni, come gli aromi, sia portare ad un maggiore consumo di cibo”.

In ogni caso, oltre all’incremento del senso di fame, bisogna ricordare che le bevande alcoliche fanno registrare anche un contenuto calorico non trascurabile, il che spiega come mai un eventuale eccesso di aperitivi possa, alla lunga, rappresentare un problema per la nostra linea.

di Giuseppe Iorio



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